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"Leggere" il paesaggio


Molti non sanno che l'ampio solco del fiume Adige è un vero e proprio palcoscenico naturale sul quale si possono osservare testimonianze di epoche più o meno lontane. Dalle orme dei dinosauri triassici passando per i calcari mesozoici, dalle glaciazioni pleistoceniche fino ai depositi alluvionali delle ultime migliaia di anni, tutta la valle e i suoi versanti sono in grado di raccontare affascinanti storie ambientate in periodi in cui l'uomo e le sue opere erano molto al di là da venire.
Ogni volta che percorriamo la Valle dell'Adige, tra il Passo Resia e lo sbocco nella pianura veneta, compiamo senza saperlo un vero e proprio viaggio nel tempo. In questa occasione cercheremo di farlo con gli occhi del geologo.
Poniamo come punto di partenza proprio la zona di Affi, nota ai più perché sede di un grande centro commerciale. A una nemmeno troppo attenta osservazione si nota come tutta la zona rappresenti un'area rilevata rispetto al fondovalle. La differenza di altitudine rispetto al greto del fiume, che scorre in una canyon più ad ovest, si può apprezzare al meglio dalla piccola località di Rivoli Veronese: si tratta di circa cento metri di dislivello.
La natura del rilievo di Affi non lascia spazio a dubbi: siamo in presenza di un deposito morenico originato dal poderoso ghiacciaio che, nell'ultima era glaciale del Würm, scendeva lungo la Valle dell'Adige per spegnersi dopo lo sbocco nella pianura veronese. Torniamo dunque alla fine del Pleistocene, ventimila anni fa, e compiamo una ricognizione aerea della zona in questione. Un'enorme lingua di ghiaccio percorre tutta la Valle dell'Adige; risalendo con lo sguardo verso nord essa appare sempre più poderosa, fino a fagocitare quasi per intero i monti trentini. Il grosso della massa gelata trova sbocco nella pianura seguendo il tragitto della futura autostrada; una piccola lingua si insinua invece nello stretto imbuto nella roccia che, tra alcune migliaia di anni, ospiterà il letto dell'Adige. Un ghiacciaio di tale potenza è in grado di smuovere una massa enorme di detriti; infatti gran parte dei depositi sabbiosi dell'area di Affi è costituita da materiali alloctoni, di origine altoatesina (porfidi, arenarie) o provenienti addirittura dalle zone di confine italo-austriache (rocce metamorfiche). La prima tappa del nostro viaggio ci parla dunque di tempi non lontani... dal punto di vista geologico ovviamente!
Proseguiamo il viaggio verso nord, tra pareti levigate e modellate in maniera evidente dalla massa glaciale che, fino a poche migliaia di anni fa, vi imponeva la propria la propria capacità abrasiva. Ci troviamo impegnati in un vero e proprio safari geologico, in cui le prede da catturare con la nostra macchina fotografica sono antichi terrazzi fluviali, cave di sabbia e ghiaia di origine fluvio-glaciale e forme di erosione carsica che nella vicina Lessinia creano paesaggi di fiaba come la Valle delle Sfingi di Camposilvano o il Ponte di Veja di Sant'anna d'Alfaedo.
Anche l'uomo ha saputo, una volta tanto, dare un contributo positivo al contesto ambientale con lo stupendo castello di Avio (sotto tutela del FAI, raccomandata una visita!) che domina dall'alto la piccola frazione di Sabbionara. La zona al confine tra basso Trentino e alto Veneto, non particolarmente antropizzata, è ricchissima di tracce del passaggio del fiume Adige, ai tempi in cui esso poteva liberamente divagare nel solco vallivo.
Ecco dunque profilarsi nel corso del viaggio zone rilevate rispetto al fondovalle, che raccontano di antichi letti fluviali e altrettante fasi erosive.
E' a Rovereto che fissiamo la seconda tappa del nostro itinerario. Nel nostro viaggio nel tempo abbiamo raggiunto il Triassico, più precisamente un periodo risalente ad oltre 200 milioni di anni fa, quando il Trentino era sospeso tra terra e mare, con lagune salmastre percorse da branchi di dinosauri alla ricerca di cibo. Qui, nel fango calcareo che andrà poi a costituire il versante del Monte Zugna, rettili di ogni dimensione lasciarono impresse le testimonianze del loro passaggio, destinate a essere portate alla luce dall'erosione solo ai nostri giorni. Un sentiero attrezzato, raggiungibile dalla strada che dopo aver superato la Campana della Pace si inerpica lungo il versante della montagna, permette di osservare da vicino queste meraviglie.
Ma le sorprese non finiscono nella città della quercia: proseguiamo verso nord, sempre al cospetto di imponenti pareti calcaree levigate. A Mezzocorona vale la pena di soffermarsi sull'aspetto decisamente curioso di un costone che sovrasta il paese. Ad una prima analisi l'aspetto sembra proprio quello di una valle glaciale pensile, forma che si sviluppa in un contesto glacializzato quando da una valle laterale una piccola lingua di ghiaccio sfocia in quella principale. Essa sarebbe stata modellata dunque durante una delle ultime ere fredde, ma a tale proposito andrebbe effettuata una ricerca più approfondita.
All'altezza di Ora troviamo nuovi spunti: il Lago di Caldaro e le pareti sabbiose di Novale al Varco (Kreither Sattel), noto anche come "Passo del Coyote", estreme testimonianze dell'antico lago di origine glaciale che la lingua di ghiaccio, durante il suo ritiro di dodicimila anni fa, aveva formato in quella zona. Qui il versante orientale della valle (quello opposto) cambia improvvisamente natura; è la conseguenza della presenza della linea di Trodena, lungo la quale la piattaforma porfirica è stata dislocata e sollevata di duemila metri rispetto al territorio circostante.
Il porfido è di gran lunga il materiale più antico tra quelli citati finora: risale all'Era Paleozoica, più precisamente al periodo Permiano, oltre 290 milioni di anni fa. Fu originato da eruzioni di potenza spaventosa: buona parte d'Europa ne fu interessata, e mai più ne vedrà una di tale imponenza nel continente.
Da qui in poi, risalendo il corso dell'Adige, il tempo scorre ancora più rapidamente a ritroso. Ci si addentra pian piano nel cuore della dorsale alpina, in quel nocciolo metamorfico che caratterizza il cuore di tutte le grandi catene montuose. Qui valori elevatissimi di temperatura e pressione forgiarono queste rocce per 100 milioni di anni; esse saranno le ultime che, sotto i colpi degli agenti erosivi, lasceranno gradualmente posto alla pianura.
Marco Bonatti

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