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La linea di Trodena

In un altro pezzo propongo, tra il resto, un'escursione nella zona di Trodena per le opportunità ricreative che essa offre; ma quest'area troviamo spunti anche di altro genere.
Qui mi occuperò di quello geologico: siamo infatti in prossimità della linea di Trodena, una faglia (frattura nella crosta terrestre) che divide il territorio del Parco naturale del Monte Corno in due zone a struttura geologica completamente diversa. La parte occidentale è costituita da chiaro calcare e da dolomia, mentre la parte centrale e orientale da porfido quarzifero rosso-marrone, di cui è composta anche la cima del Monte Corno (1.817 metri).
Per spiegare la singolare disposizione di queste formazioni bisogna risalire a 280 milioni di anni fa, quando enormi masse di lava fluida portarono alla formazione di un esteso piastrone porfirico (il "complesso vulcanico atesino") spesso alcuni chilometri. Successivamente, durante l'Era Mesozoica, il mare della Tetide ricoprì per lunghi periodi l'area alpina, determinando l'impilamento di una massa di sedimenti calcareo-marnoso-arenacei di grande potenza.
Lo scontro tra la zolla africana e quella europea, iniziato 100 milioni di anni fa e protrattosi fino ai nostri giorni, generò infine poderosi movimenti tellurici che sollevarono una parte della piastra porfirica (quella presa in esame in questo articolo) fino a duemila metri, ponendola tra una frattura della crosta terrestre (la linea di Trodena, appunto) che corre da Pampeago - Passo Lavazè - Oclini - Fontanefredde - Trodena - Cauria fino al Passo Sauc e un'altra, la linea di Stava, posta più a sud e parallela alla prima.
Queste due faglie "transpressive" (faglie che presentano un moto complesso, con componente sia orizzontale che verticale dei due specchi o bordi della faglia) operarono una sorta di "effetto tenaglia", portando alla formazione di un cuneo di porfido (una flower structure") lunga 15 km e larga tre) sensibilmente rialzato rispetto alle formazioni permo-triassiche situate a nord e sud della struttura.
Così al giorno d'oggi si possono osservare sulle pendici del parco rivolto verso la Val d'Adige calcari e dolomie che arrivano ad uno spessore di 1.500 metri (Corno Bianco 2317 mt, Cislon 1.251 mt, Prato del Re 1.622 mt, Madrutta 1.507 mt e Geier 1.083 mt), mentre nella parte più interna troviamo cime e complessi montuosi composti di porfido (Corno Nero 2439 mt, Monte Corno 1.817 mt).
Come descritto nel pezzo linkato all'inizio, tali diversità geologiche si ripercuotono anche a livello pedologico, ovvero della composizione del suolo. Le formazioni calcaree, soggette a forte erosione e fenomeni di carsismo, presentano scarsa umidità superficiale e favoriscono quindi un sistema idrico essenzialmente sotterraneo e la crescita del bosco ceduo (orniello, roverella, carpino nero), nonché la diffusione, soprattutto nelle zone a maggior insolazione, di flora e fauna di tipo submediterraneo.
Gli altopiani porfirici invece, grazie alla loro notevole ricchezza d acqua, sono coperti da ricchi boschi di aghifoglie, da prati umidi, da zone paludose e dai delicatissimi ambienti delle torbiere.
Un ruolo non indifferente nel modellamento dell'odierna conformazione delle superfici è stato giocato anche dall'azione dei ghiacciai pleistocenici, i quali levigarono soprattutto gli altipiani porfirici dando loro l'attuale forma arrotondata e depositarono sui terreni più pianeggianti materiale morenico argilloso.
La linea di Trodena rappresenta quindi un'area geologicamente molto interessante; va comunque sottolineato che essa rappresenta solamente uno dei tanti "svincoli cinematici" della complicatissima struttura tettonica alpina.
linea di trodena
In A il cuneo di porfido sollevatosi in seguito alla compressione operata lungo le due faglie di Trodena (D) e Stava (C).
In B un'altra delle tante fratture nella crosta terrestre in area alpina, la linea di Cavalese.

Fonti: http://it.wikipedia.org/wiki/Faglia
http://www.europarc.it/rivista/P07/79.html
http://tetide.geo.uniroma1.it/sciterra/sezioni/doglioni/Publ_download/TettonicaTranspressiva1984.pdf
Marco Bonatti