I miei primi 40 anni
Ci sono arrivato anch'io! Quarant'anni... un'età che, quando facevo il liceo, mi sembrava lontana, quasi inconcepibile. Qualcosa che interessava gli altri, i "vecchi", e che nella spensieratezza della gioventù sembrava troppo in là per essere raggiunta.
Se torno ancora più indietro con la memoria ricordo, non appena imparato a far due più due, di aver calcolato che nell'anno 2000 avrei avuto 33 anni... mi sembrava già un traguardo da Matusalemme. Sgranavo gli occhi al solo pensarci. Figuriamoci arrivare ai quaranta! Ed invece eccomi qua!
Devo dire che il "trapasso" non è stato del tutto indolore. Quel numero, visto sulla torta di compleanno, ha risvegliato un vago sentore di malinconia con il quale convivevo ormai da qualche mese.
Prima, evidentemente, navigavo a vista, sforzandomi di considerare quella data virtuale e praticamente irraggiungibile.
Ok, ci sono, inutile lasciarsi andare alla classica crisi di questa età, con annessi e connessi.
Piuttosto, mi sono detto, perchè non tirare un personalissimo bilancio dei "miei primi 40 anni"? Ma sì, tra il serio ed il faceto, senza doverci scrivere un libro. Basta un pezzo confezionato su misura per il mio sito.
Ne viene fuori una conclusione interessante, vediamo che ci arriva...
Dunque.... ho poche idee, ma per lo meno sono precise! Sarà come appiccicare delle foto-ricordo su di una lavagnetta di sughero, tipo quelle che si tengono in ufficio per collezionare le cartoline delle vacanze.
La prima foto è per la mia famiglia di origine: mia madre, mio padre, mio fratello. Porto con me una parte di loro sempre e comunque: nei gesti, nel modo di parlare, nelle idee.
In quest'altra foto mio padre, giovanissimo, aiuta me e mio fratello a costruire un igloo di neve nel cortile di casa! Bella, la mia infanzia. Trascorsa a contatto con la natura, particolare che ha lasciato un'impronta positiva in tutta la mia vita
Una foto più grande delle altre campeggia nella parte alta: mio padre da giovane, in sella ad una bicicletta. Due motivi: primo, mio padre è la persona più importante della mia vita. Non c'è bisogno di aggiungere altro. Secondo... beh, il secondo motivo lo si deduce guardando la foto appena più in basso: una fiammante bici da corsa, nera, in carbonio, marcata Colnago.
La bici per me ha rappresentato tanto: compagna, amica e complice di mille avventure. Gioia, entusiasmo, libertà, orgoglio, sicurezza, passione, grinta, forza... La bici ha accompagnato quasi tutti i miei (tanti) momenti felici dei miei primi 40 anni (e spero anche dei secondi!).
Non esagero affermando che la bici ha fatto di me quello che sono. Quanto sole, quanta pioggia, neve, vento, freddo e caldo abbiamo preso insieme! Quante imprese pazze, ed ognuna aggiungeva ed aggiunge ancora oggi un tassello colorato alla mia vita.
Eccomi qui, per esempio, sotto la neve in cima al Passo Lavazè nell'inverno 1996. L'abbigliamento non è il massimo, ma l'impresa non è da poco.
Altra foto. Questa volta io e mio fratello Christian siamo nella pancia del gruppo, appena visibili tra cento altri ciclisti. Mio padre, invece, è in primo piano che si sbraccia. Piove a dirotto e fa freddo. Ci urla "fermatevi, fermatevi", ben sapendo che non ci fermeremo.
E' una delle tante gare ciclistiche, una delle tante spensierate trasferte di tre matti che, ogni fine settimana, andavano a buttare via una parte dello stipendio, una domenica a Castelfranco, un'altra a Lonato, poi chissà in quale altro paesino del Triveneto.
Ricorderò sempre quella volta in cui, stanchi per l'enorme ritardo con cui sarebbe partita la gara, facemmo una votazione per decidere il da farsi. Chi voleva che si restasse ad attendere la partenza avrebbe dovuto scrivere "SI" su di un bigliettino. Vinsero i "NO", ma quella gara la disputammo comunque, non ci saremmo mai tirati indietro in quel modo.
Bei tempi, i migliori di sempre, non c'è nessun dubbio.
In quella piccola combriccola ognuno, a suo modo, era indispensabile. C'era mio padre che faceva da direttore sportivo. Pur con tutta l'esperienza che poteva vantare, talvolta i suoi consigli ci facevano sbellicare dalle risate. Come quando diceva che per vincere le gare in salita "basta stare con i primi"... facile a dirsi...
Ma, forse, compito di un Ds è anche quello di tenere alto il morale della squadra, e lui ci riusciva benissimo.
Io, oltre a gareggiare, durante la settimana sceglievo la gara più adatta, studiavo il percorso, e spesso... pagavo anche per quello squattrinato di mio fratello!
Christian, per l'appunto: una e propria forza della Natura. Se la godeva a blandire i ciclisti "seri", quelli che vengono dalle categorie dilettantistiche e si allenano con i professionisti, con quel suo modo di fare e di vestire troppo trasandato per l'ambiente amatoriale, in cui tutto, dalla bici ai calzini, è firmato. Vedersi superare sul traguardo da un poveraccio con bici di gamma medio-bassa e pantaloncini scuciti doveva essere per loro uno smacco insopportabile. Adoravo quell'atteggiamento, quel prendersi gioco dei "grandi", dei "forti", dei falsi "veri uomini", tutto sommato.
Una lezione da applicare nella vita di tutti i giorni ed un enorme debito di riconoscenza verso mio fratello.
Qualche foto alla rinfusa. Una squadra di calcio, il "Resto del Mondo", una combriccola di amici, ora in parte dispersi. Eravamo forti, e si vinceva!
Poi un bilanciere, le scarpe da ginnastica, lo sport che non mi abbandona mai e che è stata la mia vera forza di questi primi 40 anni.
Una foto del grande Gianni Bugno, classe e potenza da vendere, che vince in volata il Mondiale di Benidorm 1992. Dietro, gli altri riescono a malapena a stare alla sua ruota. Quei pochi che si azzardano ad uscire all'aria per tentare un improbabile sorpasso vengono inesorabilmente risucchiati a centro gruppo. Emozione ed orgoglio indescrivibili, quel giorno. Grazie per quelle lacrime di gioia, Gianni.
Ecco Hulk Hogan, eroe del wrestling, che in una delle sue celebri pose sfodera le sue braccia, i famosi "pitoni" di 60 e passa centimetri di circonferenza. Un atleta-attore, così lontano dalla nostra mentalità, che emana carica da ogni suo gesto, per chi sa coglierla.
Infine colui che ha dimostrato cosa vuol dire essere un Campione, l'inarrivabile Marco Pantani. Nella foto alza le braccia al cielo, sfoga la sua gioia e la sua rabbia per la vittoria del 1997 sull'Alpe d'Huez dopo aver domato per l'ennesima volta la sfortuna che l'ha massacrato per tutta la vita. Grande, grandissimo, unico, esempio per tutti.
C'è posto anche per la copertina del mio libro, "Il clima di Bolzano", un piccolo "gioiello di famiglia", al quale tutti hanno collaborato. Io ho il solo merito di aver messo nero su bianco osservazioni, curiosità ed amore per la Natura tramandate di generazione in generazione.
Poi i miei amici, i miei veri amici, pochi ma buoni. Con molti di loro ho condiviso tante belle battaglie sui pedali. Ancora la bici che torna, prepotente ed onnipresente.
Le note negative sono poche e le ho gettate laggiù, nel cestino. Brandelli di lettere sdolcinate, ricordi di giornate buttate nel cesso alla rincorsa di amori insulsi, pianti e rabbia. Pochi scampoli, per fortuna. L'unica nota stonata della mia giovinezza è stato il tempo perso a correre dietro alle gonnelle. Colpa mia, probabilmente, che non ho saputo essere un "tipo giusto"... e meno male! aggiungo ora, con il senno del poi. Episodi comunque da dimenticare. Paragrafo chiuso.
Ecco, c'è tutto. La mia famiglia d'origine, lo studio e lo sport che si amalgano a riempire la mia vita. Il resto è spazzatura.
In fondo, proprio nell'angolino, c'è ancora spazio per una foto. E' la mia famiglia, mia moglie e due diavolette travestite da bimbe. Questo, però, sarà argomento dei miei prossimi 40 anni...
Marco Bonatti






