Un salto nella preistoria...
Il Butterloch è uno spettacolare canion che il Rio delle Foglie (Bletterbach) ha scavato nelle rocce dell'altopiano di Aldino-Pietralba (Regglberg) ai piedi del Corno Bianco. Ha origini recentissime: solamente quindicimila anni. Nonostante a qualcuno possa sembrare un intervallo di tempo enorme, chi ha dimestichezza con la scala del tempo geologico sa che non si tratta nient'altro che di un battito di ciglia nella vita del pianeta Terra. Proprio intorno a quindicimila anni fa l'enorme quantità di ghiaccio e neve accumulatasi nel corso dell'ultima era glaciale (Würmiano) iniziò a sciogliersi. I fiumi ed i torrenti che ne scaturirono poterono esprimere con una tale potenza la propria azione erosiva da incidere pesantemente il territorio alpino, trasportando i detriti strappati alle montagne per decine, centinaia di chilometri, fino a colmare l'antica vasta depressione marina che oggi chiamiamo Pianura Padana. Uno dei tanti ruscelli originatosi dal disgelo dei ghiacci würmiani fu proprio il Bletterbach, che in poche migliaia di anni aprì una delle più spettacolari "finestre temporali" d'Europa. Risalendo il suo percorso si rivisitano man mano alcune delle più importanti tappe della storia geologica altoatesina.
Il fondo del canion è accessibile superando qualche piccola difficoltà che consiste nel discendere i ripidi versanti che lo separano dall'altopiano ed in un tratto ferrato a metà percorso. Prudenza in caso abbia piovuto, perché tali passaggi possono risultare scivolosi e tutto sommato anche pericolosi, considerati i punti esposti e senza protezione. Consiglio di iniziare l'escursione dal parcheggio del maso della Malga Lahner, raggiungibile con una stretta e tortuosa strada asfaltata che si dirama a destra dalla provinciale per Pietralba subito dopo il paese di Aldino. Si scende comodamente seguendo le indicazioni (sentiero numero 3) per una quindicina di minuti fino al ciglio del canion, dove lo stretto canalone si prospetta in tutta la sua bellezza molte decine di metri più in basso. Raggiuntone con un po' di cautela il fondo inizia il nostro viaggio nel tempo.
Ci troviamo circondati da potenti fiancate di porfido risalenti a quasi 300 milioni di anni fa, al periodo Permiano. Manca ancora molto all'avvento dei dinosauri. Quando questi imponenti coltri di materiale vulcanico si depositarono non esisteva nulla della nostra amena regione: né boschi, né monti, né valli. Il Trentino Alto Adige, così come tutta l'area centro-europea, era uno sterile deserto sconvolto da violentissime eruzioni. Non esistevano grandi apparati vulcanici: il materiale lavico fuoriusciva prevalentemente da grandi fenditure sotto forma di grandi nubi di cenere incandescente e gas che davano luogo al fenomeno delle "nubi ardenti", in grado di spostarsi a centinaia di chilometri orari fagocitando tutto ciò che incontrano sul proprio cammino. Le grandi fiancate rocciose che vediamo si formarono proprio grazie a ripetuti episodi di questo tipo. Perché si potesse depositare un tale spessore di materiale dovettero succedersi decine e decine di eventi, intervallati da pause che potevano durare secoli o millenni, durante le quali piante ed animali tentavano faticosamente di riguadagnare le posizioni perdute. Trascorsero in questo modo circa venti milioni di anni. Rare ma di valore paleontologico inestimabile sono le tracce di vita di questo periodo. Esse si limitano a qualche impronta lasciata sulle poche zone umide da un piccolo rettile, il Tridentinosaurus Antiquus, una vera e propria "star" tra gli studiosi di mezza Europa.
Si prosegue in leggera salita lungo il greto del Bletterbach, solitamente povero d'acqua. Ogni passo compiuto è un avanzamento nel tempo. Cento, mille, diecimila anni...si prova una strana sensazione nel padroneggiare lassi di tempo tanto grandi. Dopo poche centinaia di metri percorse tra le strette fiancate porfiriche la valle si allarga e, superata una cascatella, si entra in un ambiente diverso. Qui la roccia predominante non è più il porfido, ma il prodotto della sua erosione e della successiva deposizione per opera del vento e dell'acqua, l'Arenaria della Val Gardena. Ci troviamo dunque in corrispondenza di rocce appartenenti ad un periodo successivo, in cui le eruzioni erano ormai terminate e l'ambiente era costituito da un'arida pianura. Il mare non era lontano, ma il sole implacabile disseccava rapidamente gli specchi d'acqua rimasti isolati, pietrificandone il fondo che talvolta è stato in grado di custodire fino a noi suggestive collezioni di pesci fossilizzati . Non mancavano corsi d'acqua, probabilmente a carattere stagionale, che hanno lasciato tracce delle loro ondate di piena con caratteristiche increspature della sabbia giunte ai nostri giorni in forma fossile. Non è difficile osservare in questo luogo intere rocce composta da sabbia e detriti cementati, tutti chiaramente orientati nel senso della corrente. Nelle Arenarie di Val Gardena è possibile ritrovare anche le tracce di una vivace attività biologica: fossili di foglie, rami, tronchi, radici, spore oltre che una serie di impronte di animali di rettili di grossa stazza danno l'idea di un certo popolamento di un territorio comunque piuttosto inospitale.
Si prosegue ancora nel greto allargatosi a dismisura, tra pareti che nella loro parte superiore sono composte da una formazione rocciosa che annuncia un ulteriore salto nel tempo. Siamo alla fine dell'era paleozoica, circa 250 milioni di anni fa, quando il mare inizia a penetrare con maggior decisione nel territorio altoatesino. Si forma un ambiente di bassi fondali, punteggiato da lagune che nei periodi più caldi lasciavano spazio a spettacolari distese di gesso e salgemma, oggi evidenziate nelle venature biancastre delle pareti attorno al canion. Ma il vero padrone di questo tempo è il Bellerophon, un gasteropode diffusosi a tal punto da dare il proprio nome anche alle rocce del periodo, la formazione a Bellerophon, appunto. Non era certo l'unico organismo che aveva trovato dimora in quelle acque calde e stagnanti. Pesci, granchi, coralli, spugne e ricci di mare preistorici popolavano il fondo, incrementando dopo la loro morte le maestose bancate calcaree che abbiamo intorno.
Alziamo lo sguardo, ed ecco sopra di noi l'annuncio di una nuova era, quella dei dinosauri, che si apre con il periodo Triassico. Il colore della roccia si fa diverso, tingendosi di un verde tenue. Si tratta della Formazione di Werfen, depositatasi tra 245 e 235 milioni di anni fa. E' il chiaro indizio che il mare prende piede, si fa più profondo, cancellando il precedente ambiente lagunare. Cambiano di conseguenza anche gli animali che lo abitano e che appartengono ad un contesto prettamente marino. Un lamellibranco, Claraia, si diffonde a tal punto da divenire "fossile guida" per i paleontologi che studiano questo periodo. Così, mentre in altre zone del pianeta i rettili diventano i padroni assoluti, l'Alto Adige è una specie di paradiso tropicale fatto di mare ed atolli corallini degni di un depliant pubblicitario.
Avanziamo ancora e siamo all'ultima stazione del nostro viaggio nel tempo. Si prospetta dinnanzi a noi l'era dei grandi rettili, i dinosauri. Prima di entrarvi, però, bisognerà domare il senso di vertigine nel risalire un salto roccioso di qualche decina di metri. Lo si fa grazie ad una scaletta metallica il cui aspetto lascia molto a desiderare. Meglio abbandonare l'impresa in caso si sia in compagnia di bambini o persone poco abili. Per quanto breve, il passaggio non è esente da rischi, pur presentando un aspetto decisamente emozionante. La scaletta è infatti assicurata alla roccia di un antichissimo condotto vulcanico che più di duecento milioni di anni prima della nostra nascita venne a sconvolgere la tranquillità del fondale marino. Ma, superato questo ostacolo, il greto non offre più nessuna resistenza. Si cammina su resti di enormi bancate di corallo, spugne ed alghe calcaree che 220 milioni di anni fa prosperavano nel nostro territorio. I blocchi biancastri che vediamo sparsi ovunque sono costituiti di una roccia chiamata Dolomia del Serla. Le frequenti tracce che rinveniamo su di essa appartengono ad una particolare varietà di alga, chiamata Diplopora, che a questi tempi costituiva vere e proprie praterie sottomarine. Il guscio calcareo di cui era provvista ha favorito, nel corso di un tempo lunghissimo, l'accumulo di uno spessore di enorme potenza. Della Dolomia del Serla, infatti, è composta anche la cima del Corno Bianco, ottocento metri più in alto!

Lo spettacolare canion scavato dal Bletterbach nella tenera Arenaria di Val
Gardena. (Foto Carlo Bonatti)
Funes, la valle dimenticata.
Forse definirla "dimenticata" è un'esagerazione ma è certo che la Valle di Funes, per tutto ciò che offre, è perlomeno trascurata. E fortuna che sia così! Di zone cementificate e massificate nella nostra provincia ce ne sono fin troppo e purtroppo molti di noi, con pietosi pellegrinaggi domenicali (ovviamente in compagnia della propria insostituibile, maledettissima scatola di latta) non fanno altro che alimentare la squallida svendita di una terra un tempo bellissima. Fortuna, dicevo, che esistono ancora luoghi incantati come la Valle di Funes. Niente superstrade o mega complessi sciistici al cospetto delle meravigliose Odle. Niente ristoranti rinomati dove mangiare un raffinatissimo piatto di spaghetti allo scoglio (?!). Latitano anche i motociclisti fracassatimpani e rompiqualcosa'altro. Solo una serie di paesini sparsi lungo la vallata, qualche centinaio di abitanti, forse poche migliaia in piena estate, quando si "affollano" di turisti. Ma quali meraviglie in compenso! La valle è un'unica, enorme miniera di fossili e minerali. Tappa obbligata è Tiso, un paesino arroccato sul versante destro, che ospita un interessantissimo museo mineralogico. Ad est del centro abitato, infatti, si trova una zona ricchissima dei famosi geodi, piccoli scrigni di roccia che contengono fino a sette differenti minerali. Tra questi spiccano l'ametista, i cristalli di quarzo e l'agata, con i suoi variopinti anelli concentrici. Bisogna avere un po' di fiuto per riconoscere la pietra giusta, aprirla con delicatezza e scoprire il contenuto della cavità. Capita spesso di agitarsi per nulla, ma capita talvolta di trovarvi una bellissima associazione di cristalli multicolori, e di provare una emozione fanciullesca, come se, tornati bambini, avessimo scoperto una bellissima sorpresa nell'uovo di Pasqua. L'orario di apertura del museo è, dall' 8 aprile al 4 novembre, ogni martedì, mercoledì e giovedì dalle 10 alle 12 e dalle 14 alle 16. Sabato e domenica invece dalle 14 alle 17.Ma in Val di Funes si può anche andar per fossili. Da segnalare è il greto di un piccolo torrente, spesso asciutto, ma che dopo forti rovesci scorre impetuosamente, smuovendo una gran quantità di materiale. La sua incisione segna profondamente gli strati rocciosi della Formazione di Werfen, che risale alla primissima parte del periodo Triassico, quasi 250 milioni di anni fa. Allora quel territorio era il fondo di una mare basso, sconvolto periodicamente da forti tempeste che depositavano sulla riva una gran quantità di fauna marina, soprattutto lamellibranchi, le classiche "conchiglie" che vediamo ancor oggi camminando lungo una spiaggia. In determinate situazioni tali resti venivano rapidamente coperti da altri sedimenti e finivano in una specie di cassaforte temporale che solo oggi sta per essere gradualmente scardinata. Tipico fossile di queste rocce è quello del lamellibranco Claraia Clarai, una specie che ebbe vita lunga e prosperosa nel Werfeniano. Non è per nulla difficile, risalendo il greto del torrente, ritrovare in rocce verdastre, facilmente sfaldabili in lastre, le tracce di tale animale. Per raggiungere la zona fossilifera basta svoltare a destra (direzione Zanser Alm) dopo aver superato il paese di Santa Maddalena (una decina di chilometri circa dal bivio in Valle d'Isarco). Si prosegue per circa 1200 metri fino ad un tornante verso destra, dove c'è spazio per parcheggiare. Il greto del torrente è a pochi metri da noi, lo si raggiunge prendendo il sentiero che dal tornante risale il pendio. Il terreno appare decisamente rimestato, sembra incredibile che un corso d'acqua quasi sempre asciutto possa scatenarsi in tale modo quando viene alimentato da qualche forte rovescio. Consiglio d'obbligo è evitare i periodi più caldi, quando si potrebbe fare uno spiacevole incontro con una serpe comodamente accovacciata a prendere la tintarella. In altri periodi è però d'obbligo un maglione, considerata l'altitudine di media montagna.

Vulcanodonti a Rovereto
Questo itinerario, scoperto solo nei primi anni '90, tocca uno dei più importanti ed interessanti ritrovamenti appartenenti al periodo Giurassico, nel pieno dell'era dei dinosauri. Da Rovereto si prende la strada che sale all'Ossario di Casteldante, sul versante orografico sinistro della valle dell'Adige. Superatolo, si prosegue per alcuni chilometri di salita stretta e piuttosto tortuosa fino a giungere alla tabella che indica l'inizio del percorso a piedi. Siamo a circa settecento metri di altitudine, il panorama sulla sottostante Val Lagarina è davvero spettacolare. Di fronte a noi l'altopiano che ospita il Lago di Cei ed il ridente paese di Castellano. L'occhio del geologo esperto può riconoscervi parte del letto di una antichissima valle forgiata da un antenato dell'Adige. Parcheggiare l'auto lungo la strada non è agevole, si rischia di intralciar il sia pur scarso traffico presente. Converrebbe lasciarla a Rovereto, ma la salita in bicicletta non è certo alla portata di tutti...magari un'escursione che occupi un pomeriggio è più proponibile. Il sentiero si snoda nell'ambito del versante del monte Zugna, interessata in epoca storica da un imponente scivolamento di ampie superfici di strati verso valle che ha dato origine al particolarissimo ambito dei Lavini di Marco, citati per la loro particolarità anche nella Divina Commedia di Dante Alighieri. Frequenti tavole descrittive, che identificano i punti più interessanti su cui soffermarsi, descrivono compiutamente l'ambiente giurassico nel quale dinosauri di vario genere lasciarono impresse le tracce del loro passaggio. A quel tempo, circa duecento milioni di anni fa, gran parte della futura Italia nord-orientale si trovava al di sotto del livello del mare. Da poco era iniziato il Giurassico, il secondo periodo dell'era mesozoica, la grande era dei dinosauri. Lunghi cordoni di sabbia e piccole aree emerse costituivano placide lagune, tra le quali si aggirava un gran numero di rettili, chi per pascolare, chi per procurarsi carne fresca. Tra i primi spiccava senza dubbio per diffusione il genere Vulcanodontidae, dinosauri "prosauropodi", ovvero precursori dei grandi erbivori come i Brachiosauri e gli Apatosauri che nei successivi milioni di anni avrebbero dominato il mondo. Agli altri appartengono impronte tridattili più piccole, passi nervosi, assetati di sangue, che riempiono ampie zolle e raccontano di mortali agguati contro i quali poco o nulla potevano i tranquilli erbivori. Il continuo espandersi del Mare della Tetide ne fece un ambiente precario, che in poche centinaia di migliaia di anni si trovò ad essere sostituito dal mare aperto. L'itinerario, della durata di un'ora abbondante, prevede alcuni passaggi difficili anche se non rischiosi. Se si portano con sé bimbi (ed è il caso di farlo: una volta tanto i loro amati dinosauri saranno in un certo senso lì, davanti a loro) ci si prepari ad incoraggiarli a dovere durante la parte in forte. L'anello si compie in un contesto naturalistico del tutto particolare, in cui rade conifere si alternano ad un sottobosco tipicamente semiarido. Un itinerario che non sarà certo facilmente dimenticato.
Marco Bonatti






