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Cronaca di un pomeriggio da incorniciare.

Benidorm, Spagna, 6 settembre 1992: Gianni Bugno vince con una volata di terrificante potenza il suo secondo titolo mondiale di ciclismo su strada e mi regala un'emozione da favola.
Costa toscana, primi di settembre di tanti anni fa, aria di smobilitazione e un velo di malinconia che si appiccica dappertutto. In uno degli ultimi gruppi di ragazzi che giocano sulla spiaggia ci sono anch'io; una volta tanto mi sono fatto coinvolgere in una piccola avventura stile "zaino in spalla e via". La compagnia è quella giusta e le giornate trascorrono allegre, nonostante il campeggio fin troppo economico e la località non propriamente rinomata.
Gli amici con i quali condivido quei giorni di allegria sono al corrente della mia passione per il ciclismo e per Gianni Bugno in particolare, ma non immaginano che proprio durante la nostra breve vacanza si svolgerà, in Spagna, il Campionato del Mondo, né la cosa può in qualche modo interessarli.
In Italia esprimere la propria preferenza per il ciclismo rispetto al calcio era imbarazzante allora come lo è oggi; essere fan di un personaggio dal rendimento tanto altalenante come il ciclista brianzolo complicava ancor più le cose. Non erano rare, infatti, sconfitte brucianti e conseguenti sfottò da parte di chi sentiva parlare di questo sport solo attraverso il malizioso filtro dei media. Eppure Gianni Bugno era amatissimo tra gli appassionati della bicicletta perché sapeva tirare fuori dal cilindro imprese esaltanti al limite delle possibilità umane.
Quell'inizio di settembre 1992 era uno dei tanti momenti difficili per noi tifosi.
Gianni, dopo la vittoria al Campionato del Mondo dell'anno prima, aveva raccolto gran poco. Puntava al Tour, e per giungere al massimo della forma aveva addirittura disertato il Giro, che l'aveva battezzato, due anni prima, campione di razza. Ma in Francia si era dovuto accontentare di un terzo posto dietro a Indurain e Chiappucci: una batosta non da poco.
Proprio al Giro del 1990, sulle tremende rampe del Passo Fedaia, avevo avuto l'occasione di ammirarne per la prima volta la forza e la compostezza in bici. Bugno mi era sfilato davanti con quella sua espressione impassibile, nascosta dietro gli occhialoni che andavano di moda a quei tempi, ed era stato amore a prima vista.
Di poche cose mi intendo a questo mondo, ma una di queste, me lo si conceda, è il ciclismo. Quello che spianava la salita con lo sguardo freddo e concentrato, tra mille facce stravolte dalla fatica, non poteva che essere un grande.
Ancora non sapevo che, accollandomi un tale "impegno", molte sarebbero state le volte in cui avrei dovuto voltare mestamente le spalle al teleschermo ancor prima dell'arrivo, scuotendo deluso la testa. Ma le giornate esaltanti come quella che stava per arrivare valevano qualunque sofferenza, passata e futura.
Quella mattina del 6 settembre, ovviamente, ancora non lo sapevo.
Fu impossibile convincere i miei amici che rinunciare a un pomeriggio in spiaggia, uno dei pochi e uno degli ultimi che le nostre modeste finanze di allora ci permettevano, fosse una buona idea. Non ci riuscii proprio. Li lasciai tra risolini che, se me ne fossi tornato a mani vuote, si sarebbero trasformati in una salva di battutacce lunga tutta la serata.
Ero pronto anche a questo.

Questo l'antefatto; ora la cronaca di uno dei momenti più esaltanti della mia vita...

La meta prescelta (e obbligata) è un piccolo bar della zona, semideserto, dove in una grande sala campeggia un vecchio televisore.
Non c'è un'anima sulle tante sedie sparse un po' dappertutto: bene, mi risparmierò quelle piccole dispute che si accendono quando la televisione è una sola e i gusti da soddisfare sono tanti.
Mi accomodo con la speranza che la mia idea sia quella giusta. Manca ancora un po' all'inizio della telecronaca; penso ai miei amici che sono a spassarsela in spiaggia e, forse, per un attimo medito di lasciare il mio campione al suo destino. Potrebbe farcela anche senza di me, dopotutto!
Sono passati tanti anni e non posso giurare che l'idea mi sfiorò veramente, ma mi sembra che un ragionamento del genere potesse filare allora come fila oggi.
In ogni caso resto fedele ai miei propositi e mi trovo solo, in mezzo alla sala, in mano un bicchiere di qualcosa ordinato tanto perché qualcosa bisogna ordinare, con gli occhi già incollati allo schermo.
Ricordo ancora che portavo una camicia (chissà come mai, io odio le camicie!) e che cominciai a sbottonarla per il caldo e per il nervoso che mi prende a ogni campionato del mondo di ciclismo.
Già, perché il Campionato del Mondo è una gara molto particolare: in poche pedalate ci si può giocare tutta una stagione. Non è una "normale" classica, di quelle che se fallisci puoi sempre riprovarci la domenica dopo. Né una gara a tappe che, anche in caso di ritardi clamorosi, offre sempre una giornata per riscattarsi. E' una prova senza appello, a meno che il commissario tecnico non ti conceda un'altra possibilità: bisogna comunque attendere l'anno seguente!
Ricordo poco di quel bar, qualche attempato avventore e un bancone che aveva di certo visto giorni migliori... non certo un'ambientazione prestigiosa per un pomeriggio di grande ciclismo!
Ecco, parte la telecronaca e la voce del mitico Adriano De Zan riempie la sala. E' una scossa che cancella in un lampo il torpore per il caldo e la noia che mi stava prendendo. Ci sono ancora molti chilometri da percorrere e la corsa è apertissima.
In gruppo c'è anche Chiappucci, "nemico" di Bugno, si parla addirittura di strane alleanze e di complotti per sabotare le iniziative di questo o quel corridore, a seconda delle simpatie. Chiappucci non mi è certo antipatico, anche perché, ciclisticamente parlando, mi assomiglia molto più di Bugno: predilige la salita, attacca "alla garibaldina", gli ordini dall'alto e le azioni pianificate non gli vanno molto a genio. Bugno invece è più composto, sia sulla bici che nella vita, e quando pedala esprime una classe impareggiabile. Penso sia una cosa normale: si ammira ciò che non si ha, piuttosto di quello che già si possiede!
Anche al Tour di quell'anno tra i due furono scintille. Tutti gli appassionati sperano che la personalità e le capacità empatiche del "grande vecchio" Alfredo Martini, buon corridore ai tempi dei duelli tra Coppi e Bartali, siano riuscite nel miracolo di far convivere due galli nello stesso pollaio. Di certo la nazionale italiana non poteva avere miglior commissario tecnico.
Dopo la classica passerella dei tanti Carneade nei primi giri, sono gli italiani a provare a uscire allo scoperto, prima Chioccioli, poi Cassani, infine Chiappucci, e sempre in compagnia di nomi che in quegli anni vanno per la maggiore: Rominger, Roche, Jalabert e lo stesso Re Miguel Indurain, che gli spagnoli sperano di poter festeggiare campione del mondo in patria.
E lui, il campione per il quale me ne sto qui, chiuso in un bar, incurante del richiamo del sole, del mare e dei giochi in spiaggia? Sempre in gruppo, espressione apparentemente tranquilla, non si capisce bene come stia.
Fino al momento in cui, ripreso il gruppo di Chiappucci, non si mette a scattare con il vento in faccia in un punto del percorso non propriamente adatto per andarsene via da soli.
Due ipotesi: è il canto del cigno di chi tra pochi chilometri salirà in ammiraglia oppure è un modo per dimostrare a tutti che lui c'è ed è pronto alla lotta.
Passano i chilometri e il mio campione non si ritira... è un buon segno! A ogni tornata, sulla lunga salita che incattivisce il percorso, le telecamere inquadrano impietosamente chi cede alla fatica, sfilando nelle retrovie, e ogni volta è un tuffo al cuore: il timore è quello di vedere il proprio eroe rientrare mestamente verso i box.
Per i ciclisti, e per i relativi tifosi, è una sorta di roulette russa in cui ogni giro può essere quello fatale. E' la crudele legge della selezione naturale applicata allo sport.
Inizia l'ultimo giro, ventidue chilometri all'arrivo, il momento di tirare fuori gli attributi. E' bagarre totale, tanti scattano, alla fine cedono anche pezzi da novanta come Indurain e Chiappucci. Ci credono soprattutto i francesi, puntano sul forte Jalabert e ne hanno ben donde.
Ma non hanno fatto i conti con due italiani. Uno è Bugno, l'altro è l'umile Perini. Umile di carattere, sia chiaro. Perché quello che farà Giancarlo in bicicletta negli ultimi chilometri varrà mille vittorie.
Da qui in poi i miei ricordi si spezzettano in una serie di fotogrammi non sempre nitidissimi. Ricordo le tante sedie sparse nella sala, e io che ne torturo stringendole forte almeno un paio, quasi potessi trarne un qualche conforto. Ricordo la voce di De Zan che si impenna minuto dopo minuto, la frenesia degli ultimi chilometri e il piccolo grande Perini che si affanna a riacciuffare e riportare in gruppo tutti i fuggitivi come un cane pastore alle prese con un gregge di pecoroni indisciplinati.
Poi il lungo vialone d'arrivo in leggera ascesa, e Perini che, dopo fatiche titaniche, si sfila dal gruppo dei diciassette superstiti. Ma il suo non è un gesto di resa, bensì il più classico dei giochi di squadra. Dietro al fedele gregario, spunta infatti l'ombra di Gianni Bugno. Stringo le sedie quasi a sfasciarle, mi agito e mormoro qualcosa, difficile ricordare cosa.
Gianni piomba sulla testa del gruppo come una furia sfoderando un pazzesco 53X12 dopo duecentoquarantaquattro chilometri di caldo e fatica. Incredibile: Bugno vola a quasi cinquanta all'ora, ma sembra fermo tanto pesante è il rapporto che spinge!
Gli bastano pochi metri per passare davanti a tutti e puntare l'arrivo con uno sguardo cattivo, di quelli che annunciano: oggi non ce n'è per nessuno.
Per gli altri, a quel punto, sarebbe già un successo rimanere perlomeno in scia! Ci riesce a metà Jalabert, con una smorfia di sofferenza che è tutta un programma.
Ecco, in momenti come questi vorrei che tutti assistessero alle dimostrazioni di forza di Gianni Bugno e mi spiegassero come si fa a non diventare tifosi di un tipo del genere!
E' finita, altre due sferzate ai pedali e poi le braccia al cielo, De Zan che si esalta e io che libero finalmente dalla morsa le povere sedie davanti a me.
Non so cosa fare, se fossi solo potrei urlare e sfogare in qualche modo la mia gioia rabbiosa, di quelle che ti prendono quando sembra di aver vinto contro tutto e tutti.
Mi limito invece a pagare, sudato e arruffato, mentre uno stuolo di giornalisti mette sotto assedio il neo campione. Sarà la solita gara a incensarlo, per poi rigettarlo nella polvere alla prossima sconfitta. Ma c'è tempo, gustiamoci questi momenti.
Esco dal bar camminando a due metri da terra; ricordo ancora bene la strana impressione tornando al campeggio, quel sentirsi un privilegiato nel poter provare emozioni tanto belle e forti.
L'ultimo fotogramma di quell'incredibile pomeriggio mi vede urlare: "Bugno!", pugno al cielo, lacrime agli occhi e camicia sfatta, ai miei amici che da lontano mi chiedono come sia finita la gara. Si aspettavano una serata di sfottò, ma questa volta Gianni ha stravinto. E io con lui.
Che pomeriggio meraviglioso! Grazie, mitico Gianni Bugno!
Ora dovrò attendere alcuni anni prima che un ragazzo, che di cognome farà Pantani, mi possa regalare altre emozioni così...
Il numero di Bicisport che ricorda quell'evento e che conservo gelosamente ;-)
Marco Bonatti

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