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Paolo Sperandio, classe 1972

La storia ciclistica di Paolo è l'esempio di come la bicicletta sappia, in molti casi, tirare fuori il meglio di noi.
Per lui, fino a pochi anni fa, l'unico sport era il calcio, visto e giocato. Io ho avuto la possibilità di seguire da vicino la metamorfosi di questo ragazzo e di constatare con sorpresa il lento ma costante passaggio ad uno stile di vita da vero atleta, in cui niente è lasciato al caso, dall'alimentazione all'allenamento. Eppure Paolo non segue diete e tabelle mediche. Ciò che ha imposto a sé stesso è frutto di un lavoro non solo sul piano fisico, ma anche e soprattutto su quello della sfera personale, che lo ha portato a dare una sterzata positiva alla sua vita.
Il ciclismo l'ha aiutato moltissimo in questo senso. A lui piace ricordare la prima volta in cui provò ad affrontare in MTB la salita del Colle. Si fermò dopo nemmeno due chilometri, tornando mestamente a valle. Molti, dopo un'esperienza del genere, avrebbero parcheggiato definitivamente la bici in cantina. Lui, invece, con caparbietà ci ha riprovato una, due, tre volte. Ha trovato in sé qualità che non pensava di avere. Oggi, ad alcuni anni di distanza, il tempo che impiega per coprire i 9 km di dura salita dalla stazione a valle a quella a monte della funivia fa invidia anche ai ciclisti più allenati.
Alcuni suoi "personali" in salita sono di tutto rispetto anche su di un livello assoluto: 1h35' sullo Stelvio, per esempio. Oppure 54' sui 14 chilometri del Passo Fittanze, dove uno scatenato Cunego, dopo decine e decine di tentativi, ha fatto meglio di lui di 8', ma non dimentichiamo che stiamo parlando di uno dei migliori scalatori al mondo!
Ci si chiede che cosa avrebbe potuto fare se avesse scoperto prima la bicicletta. C'è da dire che Paolo predilige la salita ed in pianura non vuole misurarsi. Nei suoi allenamenti, inoltre, c'è sempre tempo per una sosta in vetta, sotto il sole, e per uno dei suoi ormai proverbiali cappuccini. Giustamente, visto che per lui la bici è un gioco e non un lavoro.
Ma se avesse dovuto imparare il duro mestiere del ciclista, come sarebbe andata? Avrebbe accettato massicce dosi di allenamento sul piano, magari contro vento, e avrebbe avuto quella dose di malizia necessaria per sopravvivere in gruppo, dove bisogna saper rischiare l'osso del collo per prendere la ruota "buona" e tirar fuori uno spirito agonistico che talvolta sconfina nella cattiveria? Chissà...
Marco Bonatti