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Funes, la valle dimenticata

Forse definirla "dimenticata" è un'esagerazione, ma è certo che la Valle di Funes, per tutto ciò che offre, è perlomeno trascurata. E fortuna che sia così! Di zone cementificate e massificate nella nostra provincia ce ne sono fin troppo e purtroppo molti di noi, con fantozziani pellegrinaggi domenicali, non fanno altro che alimentare la svendita di una terra un tempo bellissima. Fortuna, dicevo, che esistono ancora luoghi risparmiati come la Valle di Funes. Niente superstrade o mega complessi sciistici al cospetto delle meravigliose Odle. Niente ristoranti rinomati dove mangiare un raffinatissimo piatto di spaghetti allo scoglio (?!). Pochi anche i motociclisti fracassatimpani e rompiqualcos'altro. Solo una serie di paesini sparsi lungo la vallata, qualche centinaio di abitanti, forse poche migliaia  in piena estate, quando si "affollano" di turisti.
Ma quali meraviglie in compenso! La valle, infatti, è un'unica, enorme miniera di fossili e minerali.
Tappa obbligata è Tiso, un paesino arroccato sul versante orografico destro, che ospita un interessantissimo museo mineralogico (https://www.mineralienmuseum-teis.it/it.html). Ad est del centro abitato si trova una zona ricchissima dei famosi geodi, piccoli scrigni che possono contenere fino a sette differenti formazioni cristalline. Tra questi spiccano l'ametista, i cristalli di quarzo e l'agata, con i suoi variopinti anelli concentrici.
Bisogna avere un po' di fiuto per riconoscere la pietra giusta, aprirla con delicatezza e scoprire il contenuto della cavità. Capita spesso di agitarsi per nulla, ma capita talvolta di trovarvi una bellissima associazione di cristalli multicolori, e di provare una emozione fanciullesca, come se, tornati bambini, avessimo scoperto una bellissima sorpresa nell'uovo di Pasqua.
Ma in Val di Funes si può anche andar per fossili. Da segnalare è il greto di un piccolo torrente, spesso asciutto, ma che dopo forti rovesci scorre impetuosamente smuovendo una gran quantità di materiale. La sua incisione segna profondamente gli strati rocciosi della Formazione di Werfen, che risale alla primissima parte del periodo Triassico, quasi 250 milioni di anni fa. Allora quel territorio era il fondo di una mare basso, sconvolto periodicamente da forti tempeste che depositavano sulla riva una gran quantità di fauna marina, soprattutto lamellibranchi, le classiche "conchiglie" che vediamo ancor oggi camminando lungo una spiaggia.
In determinate situazioni tali resti venivano rapidamente coperti da altri sedimenti e finivano in una sorta di cassaforte temporale che solo oggi sta per essere gradualmente scardinata. Tipico fossile di queste rocce è quello del lamellibranco Claraia Clarai, una specie che ebbe vita lunga e prosperosa nel Werfeniano. Non è difficile, risalendo il greto del torrente, ritrovare in rocce verdastre facilmente sfaldabili in lastre le tracce di tale animale.
Per raggiungere la zona fossilifera basta svoltare a destra (direzione Zanser Alm) dopo aver superato il paese di Santa Maddalena (una decina di chilometri circa dal bivio in Valle d'Isarco). Si prosegue per circa 1200 metri fino ad un tornante verso destra, dove c'è spazio per parcheggiare. Il greto del torrente è a pochi metri da noi, lo si raggiunge prendendo il sentiero che dal tornante risale il pendio. Il terreno appare decisamente rimestato, sembra incredibile che un corso d'acqua quasi sempre asciutto possa scatenarsi in tale modo quando viene alimentato da qualche forte rovescio. Consiglio d'obbligo è evitare i periodi più caldi, quando si potrebbe fare uno spiacevole incontro con una serpe comodamente accovacciata a riscaldarsi al sole. In altri periodi è però d'obbligo un abbigliamento adeguato, considerata l'altitudine di media montagna.

Vulcanodonti a Rovereto

Questo itinerario, scoperto solo nei primi anni 90, tocca uno dei più importanti ed interessanti ritrovamenti appartenenti al periodo Giurassico, nel pieno dell'era dei dinosauri. Da Rovereto si prende la strada che sale all'Ossario di Casteldante, sul versante orografico sinistro della valle dell'Adige. Superatolo, si prosegue per alcuni chilometri di salita stretta e piuttosto tortuosa fino a giungere alla tabella che indica l'inizio del percorso a piedi. Siamo a circa settecento metri di altitudine, il panorama sulla sottostante Val Lagarina è spettacolare. Di fronte a noi (da sud a nord) il massiccio del Baldo, la vallata di Loppio che porta al Garda e l'altopiano che ospita il Lago di Cei e vari paesini. In quelle zone l'occhio del geologo esperto può riconoscere un "terrazzamento" che indica la presenza del letto di un antichissimo antenato del fiume Adige.
Parcheggiare l'auto lungo la strada non è agevole, si rischia di intralciare il sia pur scarso traffico presente. Converrebbe lasciarla a Rovereto, la salita in bicicletta non è poi così terribile... forse un'escursione che occupi un pomeriggio è più proponibile.
Il sentiero si snoda nell'ambito del versante del monte Zugna, interessata in epoca storica da un imponente scivolamento verso valle di ampie superfici di strato, che ha dato origine al particolarissimo ambito dei Lavini di Marco, citati per la loro particolarità anche nella Divina Commedia di Dante Alighieri.
Frequenti tavole descrittive, che identificano i punti più interessanti su cui soffermarsi, descrivono compiutamente l'ambiente giurassico nel quale dinosauri di vario genere lasciarono impresse le tracce del loro passaggio. A quel tempo, circa duecento milioni di anni fa, gran parte della futura Italia nord-orientale si trovava al di sotto del livello del mare. Era da poco iniziato il Giurassico, il secondo periodo dell'era mesozoica, l'era dei dinosauri. Lunghi cordoni di sabbia e piccole aree emerse costituivano placide lagune, tra le quali si aggirava un gran numero di rettili, alcuni per pascolare, altri per procurarsi carne fresca. Tra i primi spiccava senza dubbio per diffusione il genere Vulcanodontidae, dinosauri "prosauropodi", ovvero precursori dei grandi erbivori come i Brachiosauri e gli Apatosauri che nei successivi milioni di anni si sarebbero diffusi in gran parte del pianeta. Del secondo gruppo fanno parte gli autori delle impronte a tre dita, piccole e ravvicinate, che raccontano di mortali agguati contro i quali poco o nulla potevano i tranquilli erbivori.
Il continuo espandersi del Mare della Tetide ne fece un ambiente precario, che in poche centinaia di migliaia di anni si trovò ad essere sostituito dal mare aperto. L'itinerario, della durata di un'ora abbondante, prevede alcuni passaggi difficili anche se non rischiosi. Se si portano con sé bimbi (ed è il caso di farlo: una volta tanto i loro amati dinosauri saranno in un certo senso lì, davanti a loro) ci si prepari ad incoraggiarli durante la parte in forte pendenza.
L'anello si compie in un contesto naturalistico del tutto particolare, in cui rade conifere si alternano a un sottobosco tipico di un ambiente semiarido. Un itinerario che lascerà certamente un piacevole ricordo.

Una domenica tra Trodena e Redagno

L'itinerario proposto si snoda inizialmente nel cuore del Parco Naturale del Monte Corno per poi scendere per un brevissimo tratto sulla statale della Val di Fiemme e da lì salire a Redagno di Sopra. Dato lo scarso traffico presente per gran parte dell'anno, può trattarsi di un'ottima escursione per ciclisti, ma solo se ben allenati.
Si parte dalla rotonda della statale della Val di Fiemme, posta nel piccolo paese di Montagna, e si prende la direzione Trodena. Dopo il passaggio nella angusta ma caratteristica zona vecchia del paese, la strada risale la piccola valle scavata dal rio Trodena tra il monte Cislon a nord e le pendici del Monte Corno a sud.
Il Parco Naturale del Monte Corno è stato istituito dalla Provincia Autonoma di Bolzano a salvaguardia delle ricchezze di cui è dotata l'area, in cui trovano spazio habitat diversissimi, grazie a situazioni di altitudine e di esposizione estremamente diversificate. Dai distretti submediterranei alla fascia di media-alta montagna, qui viene rappresentata una parte apprezzabile delle risorse faunistiche e botaniche del centro-sud Europa. Nel parco il bosco ceduo submediterraneo di roverella, carpino nero ed orniello raggiunge la sua zona di espansione più settentrionale. Tra i cespugli spiccano il corniolo, il bagolaro, il ciliegio canino, il terebinto ed il pungitopo e tutta una serie di arbusti eliofili tipici delle isole mediterranee. A tutte le altitudine il suolo calcareo ha portato alla formazione di vasti prati aridi, in cui albergano varietà vegetali che profumano ricordano la bella Sardegna: il ginepro, la ginestra, il porro... su questi terreni poveri si stendono i boschi di pino silvestre, e sotto il rado tetto delle chiome crescono l'uva orsina, l'erica, il mirtillo nero e quello rosso. Altra associazione vegetale degna di nota è il bosco misto di abete bianco e faggio, stabilitosi soprattutto quest'ultimo sui terreni delle dorsali porfiriche, in grado di trattenere efficacemente l'umidità. Ad essi si associano il tiglio, il tasso e l'acero. Menzione particolare merita il sempreverde agrifoglio, vera e propria rarità nella nostra provincia. Anche il sottobosco di queste associazioni vegetali offre gradite sorprese come il giglio martagone, le orchidee, mughetto, ciclamini e molte altre. All'ombra dei grandi larici troviamo incantevoli prati e pascoli disseminati di mughetti, vari tipi di gigli, genziane, primule, anemoni, orchidee e campanule. Nelle zone più elevate del parco, attorno alla sommità del Monte Corno, troviamo esemplari di abete rosso e pino cembro. Singolarità del parco sono alcune torbiere (laghi in fase di interramento) che rappresentano veri e propri gioielli naturalistici, in grado di ospitare specie rare ed habitat delicatissimi. Nelle umide incisioni dei torrenti cresce rigoglioso il bosco, così che l'ombra e le temperature più fresche attirano in estate svariate specie di civette, il gallo cedrone, il fagiano di monte. Legate alle assolate pietraie sono invece il ramarro, la cicala, la mantide religiosa, lo scorpione italico; amanti del caldo sono anche coleotteri e lepidotteri di varie specie, il ghiro, l'usignolo, l'upupa...
Dal punto di vista geologico ci troviamo proprio in corrispondenza della linea di Trodena, una faglia lunga circa 27 km che divide due aree di natura geologica ben distinta: verso la Valle dell'Adige prevale la roccia calcarea (Dolomia del Serla, Dolomia dello Sciliar), mentre alla stessa altitudine, ma più ad est, troviamo le potenti successioni vulcaniche del complesso vulcanico altoatesino (riolite).
Questa singolare contrapposizione geologica deriva appunto dal sollevamento differenziato che due blocchi della crosta terrestre subirono in zona durante la formazione della catena alpina. Quello posto più ad est fu spinto verso l'alto, fino a superare abbondantemente i 2000 metri di quota. Così al giorno d'oggi possiamo osservare il Corno Nero (2439 mt), composto di porfido, sopravanzare il Corno Bianco (2317 mt), che invece è impostato nella dolomia, roccia cronologicamente successiva e che quindi dal punto di vista stratigrafico dovrebbe trovarsi su di un livello superiore.
Una tanto complicata configurazione geologica si riflette inevitabilmente anche in altri aspetti del territorio: per esempio nella morfologia, che vede alternarsi impressionanti falesie di calcare (quella della Madrutta è probabilmente la più spettacolare) a pendii più dolci interrotti dai profondi burroni, configurazione tipica dei plateau porfirici; anche l'idrologia ne risulta influenzata, perchè la riolite ed i prodotti del suo disfacimento sono impermeabili e favoriscono quindi la formazione di laghi e zone umide, mentre la roccia calcarea dà luogo ad un reticolo carsico sotterraneo e quindi ad una relativa aridità superficiale.
Ma tutto questo preambolo è a vantaggio solamente degli appassionati del settore; quello che il paese, posto a 1200 mt di altitudine, offre dal punto di vista più prettamente turistico (non per niente la rubrica si chiama: "Domenica dove?") è un interessante museo (il Centro Visite del Parco Naturale del Monte Corno) ricavato dall'edificio del vecchio mulino a tre piani a funzionamento elettrico (visitabile, riattivato nel 2000) usato ancor oggi dai contadini del luogo per macinare i cereali.
Gli esterni del Centro visite comprendono un'area con la tipica vegetazione su substrato calcareo e su quello porfirico e dispone di uno stagno per anfibi, di un orto con erbe medicinali e di un piccolo campo di grano.
Gli ospiti del Centro Visite trovano informazioni riguardo alle specificità naturali, ai paesaggi rurali, alle possibilità di escursioni ed alla storia della cultura del parco. Un plastico mobile, rappresentante la linea di faglia di Trodena, fornisce un panorama generale sulle caratteristiche geologiche del territorio. Vengono inoltre mostrati diorami sulle caratteristiche del bosco e del terreno.
L'eccezionale ricchezza naturalistica del parco viene messa in risalto con esempi tratti dal mondo animale e vegetale. Grazie alla sua disposizione in contenitori trasparenti, si può addirittura osservare un formicaio in piena attività. Esiste inoltre una sala di proiezione in cui si possono visionare filmati e diapositive su argomenti vari.
Lasciando l'auto nel parcheggio a valle del paese si può raggiungere la zona sportiva dove si trova un bar ed una piccola area giochi.
Dopo la doverosa sosta a Trodena si raggiunge con una breve discesa la località di Fontanefredde (1000 mt). Si torna dunque sulla caotica statale della Valle di Fiemme, ma solo per percorrere un chilometro circa di salita. Poi la svolta a sinistra, verso Redagno, ci riporta in un attimo alla tranquillità goduta fino a pochi minuti prima.
In otto chilometri di salita si raggiunge la ridente località di Redagno di sopra, posta ai piedi del Corno Bianco. Negli ultimi decenni questo piccolo borgo è salito agli onori della cronaca tra gli appassionati di geologia e paleontologia per la vicinanza con il Butterloch, il canion scavato dal Rio delle Foglie nelle rocce databili tra 285 e 245 milioni di anni fa.
In questo fantastico museo a cielo aperto sono state ritrovati reperti di inestimabile valore come le impronte del Phalangichnus Perwangeri (un rettile preistorico), fossili di antiche conifere nelle roccia chiamata Arenaria di Val Gardena, impronte di molluschi, tra cui la Claraia Clarai, nella formazione di Werfen ed altre piste di sauri mai rinvenuti in altre parti del mondo.
Il museo geologico di Redagno, situato nei pressi della chiesa, espone sia i piu importanti reperti fossili della zona, sia le caratteristiche rocce del "Geoparc Bletterbach" in cui sono stati rinvenuti. La visita al museo, completamente ristrutturato nel maggio 2006, invita ad un'escursione nella gola, ma può servire anche da approfondimento dopo l'escursione.
Anche qui una sala proiezioni permette di assistere a documentari che raccontano con linguaggio semplice e chiaro le vicissitudini geologiche e paleontologiche di questo ambiente. E' questo dunque il "piatto forte" della giornata ed a proposito di mangiare... a pochi passi dal museo è presente un Gasthaus.
Dopo tante pillole di cultura uno spuntino risulterà sicuramente gradito!

La Val Venegia e le Pale di San Martino

Come ho già avuto modo di verificare in altre occasioni, anche in questo caso il Trentino si dimostra meglio disposto del vicino Alto Adige nei confronti dei "non paganti". La Val Venegia, infatti, è un piccolo gioiello ai piedi delle Pale di San Martino (Dolomiti trentino-bellunesi) in cui è possibile godere di ampi sentieri e di un buon numero di tavoli e panche lungo il percorso. Le piccole spiaggette lungo il torrente Travignolo completano queste aree picnic ben ombreggiate, dove è possibile godersi le bellezze della Natura senza odiosi costi aggiuntivi, come il bicchiere d'acqua a pagamento per la totale assenza di fontane.
La Val Venegia si raggiunge grazie ad una breve deviazione dalla strada del Passo di Valles, che collega Predazzo a Falcade, nel Bellunese. Tre aree di sosta a pagamento disposte lungo la prima parte della forestale che si addentra nella valle permettono di avvicinarsi a piacimento ai possibili punti di ristoro, la Malga Venegia, la Malga Venegiota ed il Rifugio Segantini, tutte fornite di ottimi piatti della tradizione locale. La camminata, circa 4 km tra la Malga Venegia a 1778 mt, ultima possibilità di parcheggio, ed il Segantini (2170 mt), è alla portata di tutti; si può addirittura scegliere di percorrerne la prima metà, fino alla malga intermedia, con la MTB.
. L'escursionista potrà godere di grandiose bellezze naturali, dalle spettacolari pareti delle Pale di San Martino (oltre 3100 mt di altitudine) agli ampi e verdissimi prati che si stendono in ogni direzione.
L'occhio dell'appassionato geologo potrà inoltre verificare la presenza di una vasta gamma di dolomie, soprattutto quella dello Sciliar che costituisce il nucleo principale delle Pale, ma anche di arenarie e roccia vulcanica mescolatesi l'una all'altra durante i periodi più tormentati della storia delle Dolomiti.
Si tratta in sostanza di una passeggiata di alto valore naturalistico e didattico, con un panorama da favola ed adattissima alle famiglie, in quanto si può decidere di fare tappa intermedia, anche non prevista, in una delle tre malghe più o meno equidistanti disposte lungo i 4 km del percorso.
Marco Bonatti