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Perché i terremoti?


Come già evidenziato nella pagina dei vulcani, al giorno d'oggi l'Alto Adige presenta un rischio sismico molto basso (qui una mappa del rischio in Italia).
Tutto ciò nonostante altre zone non distanti abbiano subito e purtroppo subiranno anche in futuro l'effetto distruttivo dei terremoti. Il riferimento va in particolar modo ad alcune aree del Friuli, soprattutto la Carnia, dove un sistema di faglie molto attive ha causato, tra gli altri, il sisma del 1976.
Causa di tutto ciò è lo scontro tra il continente euroasiatico e Adria, una "protuberanza" della placca africana o forse una microplacca interposta tra la placca europea e quella africana, che determina un brutale impilamento e raccorciamento della crosta terrestre valutabile in alcuni millimetri per anno e che si esprime con forti eventi sismici. È il processo che ha dato vita alla catena alpina e che ha determinato la progressiva chiusura, durante il passaggio tra il Mesozoico ed il Cenozoico, dell'antico oceano della Tetide.
Ma lo scopo di questo pezzo, sull'onda dell'emozione per gli avvenimenti risalenti a pochi giorni prima, è quello di approfondire quanto accaduto in Abruzzo, accennando alle cause del sisma che ha colpito l'Aquila e dintorni.
La geologia dell'Appennino è decisamente complessa; le cause della sua formazione risiedono nello scontro del blocco sardo-corso (un frammento continentale separatosi da Francia e Spagna circa 30 milioni di anni fa) con la già citata zolla euroasiatica, che è entrata in subduzione sotto la prima. La recentissima (ultimi 7-8 milioni di anni) apertura del Mar Tirreno, che ha dato l'ultima e definitiva spinta all'arco appenninico perché si disponesse come lo vediamo ora, ha reso la situazione ancor più complicata.
Per quanto riguarda il distacco del blocco sardo-corso, esso si è attivato in seguito all'apertura del bacino provenzale. Con un movimento di traslazione verso est sud-est che ha fatto perno più o meno sul Golfo di Genova, un frammento del continente europeo, sul quale tra l'altro risiedeva una parte della catena alpina da poco formatasi, si è dunque messo in moto verso la futura penisola italiana.
Lo "scontro" con la microplacca di Adria non è stato, ovviamente, indolore. Come detto, Adria è entrata in subduzione sotto la placca sardo-corsa, dando tra l'altro vita a una forte attività vulcanica in area sarda, che a quel tempo si trovava proprio lungo la linea di convergenza delle due placche e che si è protratta fino a circa 16 milioni di anni fa.
Al termine di questa fase la configurazione dell'Appennino era ancora ben diversa da quella attuale: l'arco montuoso, in parte ancora sommerso, era disposto molto più ad occidente e in qualche modo collegato al blocco sardo-corso.
A questo punto entra in scena il secondo evento: in seguito alle dinamiche litosferiche inizia ad aprirsi il Mar Tirreno (che, probabilmente, tra diversi milioni di anni assumerà le caratteristiche di un vero e proprio oceano!). La frattura che si apre nella crosta terrestre separa definitivamente Corsica e Sardegna dai territori del futuro arco appenninico, grosso modo la fascia tra la Toscana e la Calabria più le aree peloritane della Sicilia, allontanando inesorabilmente i due margini.
A testimonianza di tale evento sul fondo del Tirreno sono presenti vulcani, come per esempio il Marsili che supera le dimensioni dell'Etna, al momento quiescenti ma candidati con ogni probabilità per future eruzioni.
In seguito a questo evento la penisola italiana si trova a ruotare ancor oggi in senso antiorario, determinando la progressiva chiusura del Mare Adriatico, il cui destino, nelle prossime decine di milioni di anni, è di rimanere "stritolato" tra Italia e penisola balcanica.
Mi riproponevo, all'inizio, di dare una sia pur sommaria spiegazione all'origine dei terremoti nella penisola italiana. Ebbene, si pensi al fatto che una stima indica in 50 (cinquanta!) chilometri l'entità del raccorciamento crostale in area appenninica in seguito agli eventi sopra descritti. In altre parole, in quelle zone la crosta terrestre si è letteralmente accartocciata su sé stessa! È inevitabile dunque l'accumulo nel tempo di forti tensioni e squilibri che si manifestano poi con terremoti e altri eventi, come le eruzioni, in modo preferenziale lungo le faglie, che sono fratture della crosta terrestre. Su una carta geologica dell'Appennino il reticolo di faglie, diversamente orientate, è evidente anche all'occhio del profano.
Ci si può chiedere, a questo punto, dove possano aver "trovato posto" i cinquanta chilometri di crosta; in parte essi si sono innalzati sopra il livello del mare, andando appunto a formare la catena appenninica, ma il fatto che Alpi ed Appennini non siano giunti a toccare altezze vertiginose si deve alla continua erosione operata dai fenomeni atmosferici; in caso contrario, queste montagne avrebbero altitudini valutabili in decine di chilometri! Un'altra parte dei cinquanta chilometri sono stati "digeriti" nel mantello, uno degli involucri concentrici posti sotto la crosta terrestre, pronti per essere riciclati in futuri eventi orogenetici.

Bibliografia: Giovanni Flores: Perché il terremoto? (TEA, 1999)
Alfonso Bosellini: Storia geologica d'Italia (Zanichelli, 2005)

Marco Bonatti