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Garibaldi: eroe o lestofante?


Quella dell'eroismo di Garibaldi è una questione che solo di recente è divenuta oggetto di aspre polemiche tra esponenti di vari orientamenti politici.
Alla domanda se Garibaldi fosse un eroe, infatti, fino a pochi decenni fa nessuno si sarebbe sognato di rispondere con un NO. Per lungo tempo, anche dopo la sua morte, la più piccola critica verso il suo operato fu considerata quasi una bestemmia, tanto che a quei tempi circolava una sorta di motto ("ha parlato male di Garibaldi!") preso in prestito da Tecoppa, personaggio comico di un grande attore milanese dei primi del Novecento, Edoardo Ferravilla.
Per evitare che il lettore possa procedere ad "etichettarmi" con una determinata corrente di pensiero, e per non peccare di presunzione in una questione tanto complessa, non fornirò una risposta alla domanda, ma mi limiterò ad esporre un sunto dell'interessante e per molti aspetti sorprendente viaggio nella rete alla scoperta del personaggio Giuseppe Garibaldi. Tanto più che, dopo alcune ore di consultazione, ho realizzato di essere alle prese con un problema più grande di me...
Premetto che la tentazione di azzardare, di primo acchito e sotto l'influenza dalle reminiscenze scolastiche, che sì, Garibaldi era un eroe, è stata forte; un eroe del suo tempo, se vogliamo, nell'accezione ottocentesca e romantica del termine, pronto a rischiare la propria vita per degli ideali, giusti o sbagliati che fossero, con un coraggio che sconfinava nell'incoscienza. Non per niente la storiografia classica lo vede spesso lanciarsi in battaglia contro il nemico incurante delle pallottole; a questo proposito si può certo dire che la fortuna l'aiutò più volte, considerate le tante ferite a cui è sopravvissuto. La storiografia classica lo indica come uno dei padri della Patria, un combattente per la libertà dei popoli, assolutamente disinteressato ad onori e denari, tanto da condurre un tenore di vita modestissimo anche dopo essere divenuto un idolo delle masse. Le parole che egli volle far inserire nelle sue memorie dettate allo scrittore Alexandre Dumas: "Un uomo, che, facendosi cosmopolita, adotta l'umanità come patria e va ad offrire la spada ed il sangue a ogni popolo che lotta contro la tirannia, è più di un soldato: è un eroe", sentite proferire da un precursore del socialismo, il sansimonista Barrault, sembrano confermare quest'aura mitica attorno al nizzardo.
Eppure, navigando nel vasto mare di internet, non sono poche le voci discordanti: con sorpresa (direi anzi con sgomento) ho dovuto constatare che molti odiano visceralmente Giuseppe Garibaldi.
Lo odiano sia i nostalgici del regime borbonico e del Regno delle Due Sicilie, sia i secessionisti e federalisti del Nord. I primi in quanto ritengono il condottiero responsabile di aver fatto cadere un regno, quello borbonico, che pur con tutte le sue imperfezioni sapeva garantire un certo controllo delle attività malavitose che mortificano ancor oggi il Sud. Con l'avvento del Regno d'Italia, secondo costoro, mafia e camorra si integrarono nel sistema, ne penetrarono il tessuto occupandone i posti chiave; la questione sociale e le condizioni di arretratezza industriale (oltretutto spesso negate), inoltre, si inasprirono ancor più innescando un'ondata di malcontento che alimentò il fenomeno del banditismo. Per gli esponenti federalisti e secessionisti del Nord Italia, invece, Garibaldi fu una vera iattura in quanto secondo loro unì la parte più industriosa ed evoluta della penisola al Sud, che diventò una vera e propria palla al piede per il progresso della nazione italica.
Queste dunque le conseguenze delle azioni di Garibaldi dal punto di vista dei detrattori; ma non meno sferzante è la critica verso la sua condotta morale. Nelle sue imprese, sia quelle giovanili in Sudamerica che quelle da condottiero nel Vecchio Continente, il generale viene da alcuni descritto come un uomo violento, un assassino e un predone senza troppi scrupoli. In Sud America, al soldo degli Inglesi, egli avrebbe condotto un feroce sabotaggio ai danni delle attività commerciali spagnole, giungendo a compiere veri e propri massacri tra le popolazioni locali; si parla addirittura della distruzione di un intero villaggio. Non senza una punta di sarcasmo, si indica il motivo della sua chioma fluente nell'intenzione di nascondere la mancanza di un orecchio, staccatogli con un morso da una donna di cui stava abusando o mozzatogli, secondo altre fonti, per una condanna per furto di bestiame. Non più edificante è l'accusa mossagli, sempre nei suoi anni di permanenza nel Nuovo Continente, di traffico di schiavi.
Durante la visita dell'ex Presidente della Repubblica Scalfaro in Uruguay il quotidiano "Il Pais" scrisse: "Il presidente d'Italia è stato nostro illustre visitante... Disgraziatamente, in un momento della sua visita, il presidente italiano si è riferito alla presenza di Garibaldi nel Rio della Plata, in un momento molto speciale della storia delle nazioni di questa parte del mondo. E, senza animo di riaprire vecchie polemiche e aspre discussioni, diciamo al dott. Scalfaro che il suo compatriota non ha lottato per la libertà di queste nazioni come afferma. Piuttosto il contrario".
In una lettera, Vittorio Emanuele II (anch'egli, da sottolineare, personaggio controverso e di carattere grossolano) ebbe a lamentarsi con Cavour circa le azioni del nizzardo: "Come avrete visto, ho liquidato rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi, sebbene - siatene certo - questo personaggio non è affatto così docile né così onesto come lo si dipinge, e come voi stesso ritenete. Il suo talento militare è molto modesto, come prova l'affare di Capua (qui i Garibaldini dovettero ritirarsi di fronte alla strenua difesa dei borbonici durante la spedizione dei Mille, n.d.a.), e il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio l'infame furto di tutto il denaro dell'erario, è da attribuirsi interamente a lui, che s'è circondato di canaglie, ne ha seguito i cattivi consigli e ha piombato questo infelice paese in una situazione spaventosa".
Anche Nino Bixio, celebrato eroe della storiografia risorgimentale, non viene risparmiato da feroci critiche; si dice che per mano sua i contadini che avevano occupato le terre concesse agli inglesi dai Borbone vennero brutalmente massacrati. Alle truppe garibaldine vengono inoltre attribuite saccheggi e brutalità di vario tipo, nonché una certa connivenza con la malavita locale durante la spedizione dei Mille (ma qui, aggiungo io, potrebbe trattarsi di semplice ingenuità del loro comandante, considerato che il personaggio fu senza dubbio un grande uomo d'azione non supportato però da abilità politiche e diplomatiche). A Garibaldi viene addirittura attribuita una dichiarazione fornita in parlamento a Torino riguardo ai suoi "Mille", definiti come "tutti generalmente di origine pessima e per lo più ladra; e, tranne poche eccezioni, con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto". Affermazioni che, se confermate, risulterebbero un po' ingenerose considerato che 150 membri della spedizione svolgeranno poi la professione di avvocato, 100 saranno i medici ed i commercianti, 50 gli ingegneri e 20 i farmacisti. Ma la questione è controversa: è più probabile che egli, nelle sue memorie, avesse rivolto queste dure parole contro i governanti.
In ogni caso, dopo pagine e pagine di approfondimenti ho preferito interrompere la ricerca, sia per un effettivo disagio nel vedere una tale pioggia di pesantissime accuse sugli eroi della mia infanzia, sia per un evidente livore più o meno giustificato di alcuni pezzi, che ne minano inevitabilmente l'imparzialità e almeno in parte anche l'attendibilità.
Ma qualcosa di vero in tutto ciò deve pur esserci se nel 1868, in una lettera all'amica Adelaide Cairoli, Garibaldi scrisse: "Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Ho la coscienza di non aver fatto del male. Nonostante ciò non rifarei la via dell'Italia Meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi là cagionato solo squallore e suscitato solo odio".
Non voglio e non sono in grado di trarre un giudizio conclusivo sulla questione; è certo che il personaggio Garibaldi è stato oggetto in questi ultimi anni di una severa revisione. In ogni caso, ogni giudizio risente della distanza temporale degli eventi e viene distorto, in un senso o nell'altro, a seconda dell'orientamento politico del narratore e dell'uso che se ne vuole fare.
Il buon senso suggerisce che la verità, di solito, sta nel mezzo. Difficile pensare che Garibaldi fosse tutto virtù e niente vizi. Ugualmente difficile è credere il contrario.
Ai posteri, come si dice, l'ardua sentenza.
Marco Bonatti

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